2015 – ENG/ITA/ES

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ENG

I really wanted to write this blog on the first day of 2015. I waited for the holidays to be through, to gather every moment of joy and nostalgia in this past year, which has been so important and hard and intense, because of the many significant events that occurred in my life in the past months. Everything beautiful leaves a trail and we want to keep it going, so that we can catch every last glimpse of its light. That’s what I have tried to do this year.

I will remember 2014 as the year my debut album was released, and that was when I chose to start telling you all about my world and what this means to me. Now, as I am working on my second album, many thoughts occur, the result of many year’s study and reflection, so that’s my next challenge: to keep on sharing what music means in my life            .

And since I’m on the subject of life, in this post I would like to talk about South America, not because I was born in Argentina, rather because of the impression it made on me as I went back, after many years, as a teacher.

As you may know if you follow my social media, I was in Brasil and Argentina in November and December. I had the opportunity to learn together with 40 students, maybe more (since I kept being asked for extra lessons outside the designated hours).

I had arrived with a firm idea of strict adherence to the score (which, in the words of Maestro Muti, does not only mean “performing it as it is written”, but also “trying to read and understand through the notes, not changing them to one’s own whim”) and it was inspiring to work with young people who still have a fresh and enthusiastic approach to it. Music is perceived as a privilege, if studying it demands sacrifices. If that is the case, one doesn’t ever feel tired. My students would not ask for lunch-breaks and, if we hadn’t been asked to leave the classroom every evening, we might still be there. I actually had to insist to make them go to lunch: they wanted to stay and study.

Theatre is a magnificent endeavour, in that it compels us to look inside ourselves, before we can expect others to look at us, listen to us and share our joy. In fact, I think the process of staging a theatre production is akin to a series of translations: of ideas into words, of words into the performers’ voices and movements and of all this into an audience’s mind.

We tried to figure out what audiences might expect and demand from us singers, as we borrow century-old scores and try to translate them into the same reality that is experienced every day by ourselves and others.

Only by putting all of ourselves, both personally and professionally, into what we do, can we achieve significant results. We can not presume, as experienced singers intending to help others in their training, to forget what we wished for as we set out to study music: we wished to be made to feel important and needed from the very first moment we picked up a score and to know that from being important and needed came great responsibility.

The Theatre of today and tomorrow belongs to those who are investing their dreams in it, making sacrifices and projecting illusions on it in complete earnestness. People are out there, waiting to connect the imagined life that occurs on stage to the real one, going on in the real world. It is my duty as a teacher – and anyone else’s in the same position – to encourage and help them.

I shared their awe and their emotions and I need to thank them for everything they have given me, during the course of these two masterclasses.

2015 dawns on a multitude of projects, which in my case doesn’t mean chasing after gigs in order to accumulate productions: I need to find my very own point of view on every artistic endeavour. This way of working – and living – has given me joy and satisfaction more than anything else.

I wish to thank those who support me, who believe in diversity and are not afraid to take what we have to give.

To all of you, I wish the best for 2015, may it bring you happiness and help you grow in freedom of thought and attention to each other.

Love

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ITA

Avevo voglia di scrivere questo articolo, il primo giorno del 2015! Ho aspettato la fine delle feste per raccogliere le ultime gioie e le ultime nostalgie di quest’anno importante, difficile per me – per via di alcuni fatti che mi sono accaduti – ma intenso. Ogni cosa bella lascia una scia e noi ci teniamo a mantenerla accesa fino all’ultimo riflesso di luce. Così ho voluto fare quest’anno.

Ricorderò il 2014 anche come l’anno in cui è stato lanciato il mio primo disco e quello ha rappresentato per me il momento scelto per parlarvi e mostravi il mio mondo, con convinzione. Ora, durante le ore che dedico alla preparazione del secondo, sono molte le cose che mi vengono in mente, maturate nel corso degli anni, ed è proprio questa la sfida: continuare a raccontarvi cosa rappresenta la musica per me e ancor prima della musica, la vita.

A proposito di vita, vorrei aprire in questo articolo uno scorcio, una finestra verso il Sudamerica e non perché sia nata in Argentina, quanto piuttosto per come l’ho vista ora, tornando dopo tanti anni a insegnare.

Sono stata, come forse sapete o avrete visto se seguite la mia pagina Facebook, in Brasile e in Argentina nei mesi di Novembre e Dicembre. Ho avuto modo di “studiare assieme” a 40 ragazzi o forse qualcuno in più (dal momento che in molti continuavano a chiedermi lezioni anche durante gli orari “non ordinari”).

Ero arrivata con in mente il rigore dello spartito (che, come dice il Maestro Muti, non significa solo “eseguire esattamente quello che è scritto” ma  anche eseguire “cercando di capire leggendo attraverso le note, non cambiandole a capriccio, creando”) ed è stato meraviglioso lavorare con dei ragazzi che conservavano ancora intatta la freschezza e l’emozione di fronte a questi spartiti. La musica si vive ancora come un privilegio là dove si devono fare tanti sacrifici per poter studiare. Non c’è stanchezza o non la si percepisce. I ragazzi non chiedevano di fare una pausa per il pranzo,  se non fossero venuti tutti i giorni a chiederci di abbandonare la sala di sera, saremmo forse ancora lì. Dovevo mandarli io a mangiare, anche con insistenza: loro volevano studiare.

Fare teatro è un’attività straordinaria, perché non si può fare a meno di guardarsi dentro se si vuol pretendere che gli altri ci guardino, ci ascoltino, gioiscano con noi. In effetti, il processo di creazione di un lavoro teatrale può essere visto come una serie di traduzioni: idee, parole, parole nella voce e nei movimenti degli interpreti e infine tutto questo nelle menti degli spettatori. Abbiamo provato assieme ad analizzare cosa la gente si possa aspettare da noi, da noi cantanti che prendiamo in prestito spartiti secolari e proviamo a reintrodurli nella vita di tutti i giorni, nella nostra e in quella degli altri.

Ed è cosi, lavorando intensamente dal punto di vista umano e professionale, che si raggiungono risultati. Non possiamo pensare noi cantanti, che iniziamo ad aiutare i più giovani, di dimenticare quello che avremmo voluto avere dall’inizio dei nostri studi: che ci facessero sentire importanti e necessari fin dal primo momento in cui avevamo uno spartito in mano. E proprio per questo, investiti di una immensa responsabilità.

Appartiene anche a loro, sopratutto a loro che investono sogni, sacrifici e illusioni con estrema genuinità, il Teatro di oggi e di domani. La gente è lì che aspetta di poter collegare la vita “non reale” del palcoscenico a ciò che invece accade nel mondo reale. Poterli incoraggiare come maestra è un dovere mio e di tutti.

Mi sono emozionata con loro e mi sento in dovere e ho il piacere di ringraziarli, per quanto mi hanno donato in queste due masterclass.

Parte un 2015 pieno di progetti, che non significa nel mio caso rincorrere scritture per accrescere il numero di recite fatte, voglio invece non tradire il mio bisogno di una lettura personale delle cose che faccio, perché ho vissuto dei momenti irripetibili e belli comunicando in questo modo. E non intendo abbandonare mai questo modo di vivere.

Ringrazio chi mi segue, chi mi sostiene, chi crede anche nella “diversità” e non ha paura di ricevere quello che diamo.

Auguro a tutti un 2015 ricco e in crescita, e che questa crescita possa significare libertà di pensiero e attenzione verso l’altro.

Auguri a tutti!

Ivanna

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ES

Sentía el deseo de escribir este articulo, el primero del 2015! He esperado que pasaran las Fiestas para recoger las últimas alegrías y las últimas nostalgias de este año importante, difícil para mi – por delicados acontecimientos- pero intenso.  Cada belleza deja su rastro, un diseño que la luz sobre las cosas pone en evidencia y  a menudo nosotros quisiéramos mantener ese rastro nítido hasta el último momento. Así quise hacer éste año.

Recordaré el 2014 como el año en el que fue lanzado mi primer disco como solista; eso representó para mi el momento que elegí para hablarles y mostrarles mi mundo, con convicción.  Actualmente, durante las horas que dedico a la preparación del segundo, son muchas las cosas que llegan a mi mente, maduradas a lo largo de estos años, y es éste el desafío: continuar a contarles  qué representa la música para mi y aún antes todavía, la vida.

Hablando de vida, quisiera abrir en este articulo una pequeña ventana, hacerles espiar un poco  el Sudamérica y no porque yo haya nacido en Argentina, sino por como la puede ver quien vuelve -en este caso para enseñar-, después de varios años.

Estuve, como quizás hayan seguido en mi pagina, en Brasil y en Argentina en los últimos meses de Noviembre y Diciembre. Tuve la posibilidad de “estudiar con” 40 jóvenes o más, porque continuaban a pedirme lecciones durante horarios no preestablecidos.

Había llegado con  la pasión del rigor de la partitura (que como dice el Maestro Muti no significa “interpretar exactamente lo que vemos escrito”, sino buscar, leer a través de las notas) y ha sido maravilloso trabajar con estos jóvenes que conservan todavía intacta la frescura y la emoción de frente a estas partituras. La música se vive aún mejor cuando representa un privilegio estudiar. No existe cansancio o no se percibe. Los chicos no pedían pausa durante las horas del almuerzo y si no hubieran venido a llamarnos para abandonar la sala cada noche, seguiríamos aún allí, quizás. Era yo quien les recomendaba descansar. Ellos querían estudiar!

Hacer teatro es una actividad extraordinaria porque exige un trabajo introspectivo, un “mirarse dentro” antes de “pretender” una audiencia consciente y  participativa, esperar que nos escuchen y que disfruten con nosotros. En efecto, el proceso de creación de un trabajo teatral podría ser visto como una serie de traducciones: ideas, palabras, palabras en las voz y en los movimientos de los interpretes hasta llegar con todo aquello a la mente de los espectadores. No por nada “espectadores”, que esperan de nosotros algo especial. Es así como nos enfrentamos al análisis de qué es lo que pueda la gente estar esperando de cada uno de nosotros, cantantes que tomamos en préstamo partituras seculares y probamos a introducirlas en la vida de todos los días, la nuestra y la de los demás.

Es así, trabajando intensamente e intensamente desde el punto de vista humano que se obtienen resultados. No podemos pensar nosotros, cantantes que nos asomamos a la enseñanza, en olvidar lo que hubiéramos querido sentir desde nuestras primeras experiencias como estudiantes: ser importantes y necesarios desde el primer momento en el que tomábamos en mano una partitura. Y por ello, dotados de enorme responsabilidad.

Es de ellos, sobretodo de ellos que invierten sueños, sacrificios, ilusiones enfrentando verdaderas adversidades y con extrema autenticidad, el Teatro de hoy y del futuro. Y será de todo aquel que respete la música y esta dimensión. La gente está esperando poder conectar la vida “no real” del escenario a todo lo que sucede en el mundo que conoce. Poder dar coraje a estos jóvenes no es solo un deber mío, sino el de todos!

Me he emocionado con ellos y me siento en el deber y el placer de agradecerles por todo lo que me han dado en estas dos Masterclass.

Parte un 2015 lleno de proyectos, que no se traducen en mi caso en acumular numero de funciones y de teatros, sino un compromiso ferviente de lealtad hacia mi necesidad de ofrecer una lectura personal en todo lo que hago, porque he vivido momentos irrepetibles comunicando de esta manera. El desafío en tiempos actuales es rivendicar un espacio para no traicionar la propia “natura”.

Agradezco a quien me sigue, a quien me sostiene, a quien cree que nos enriquecemos en la diversidad  y unicidad y a quien se predispone a recibir lo que los artitas damos.

Deseo a todos un 2015 lleno, pero de verdadera plenitud y de expansión, aquella que pueda representar libertad de expresión y atención hacia quien camina al lado nuestro.

Feliz Año a todos!

Ivanna