Essere solisti

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A volte, prima di entrare in scena, mi accorgo che tutto si riduce a una sensazione molto semplice: sono io.

Non nel senso leggero della presenza, ma in quello più nudo. Io con il mio respiro, con la mia voce, con quello che porto dentro in quel momento. Curo le ore di sonno, la mia alimentazione, programmo al dettaglio le ore di prove e di esercizi vocali…Tutto il resto—persone, contesto, parole, ruoli—rimane fuori, come se si trattasse di una gara sportiva.

In quei momenti, da giovanissima pensavo che questa fosse solitudine.

La solitudine di chi deve “reggere” qualcosa da sola. Di chi non può dividere la responsabilità, né delegare l’istante in cui il palco ti chiama.

Ma col tempo ho iniziato a sentire che questa parola, solitudine, non descriveva fino in fondo quello che stavo vivendo.

Perché non era un vuoto.

Era uno spazio.

Uno spazio molto particolare, che non sempre è facile abitare.

Uno spazio in cui non c’è rumore esterno a coprire le domande, le incertezze, le intenzioni. Uno spazio in cui tutto si amplifica, ma proprio per questo diventa più vero.

Ti guardi davanti allo specchio e ti chiedi quale volto dare alle tue emozioni  in ogni singolo brano; provi a immedesimarti con chi ti ascolta e cerchi di “sentirti da fuori” come se per un momento potessi davvero andare via da te stessa.

All’inizio di carriera cerchi di riempire quello spazio. Di renderlo meno esposto, meno silenzioso, meno “solo tuo”. Poi capisci che non si trattava di riempirlo, ma di imparare a starci dentro, con felicità e gratitudine.

Perché è lì che accade qualcosa di diverso. Non c’è isolamento, ma concentrazione.
Non c’è assenza, ma ascolto. Non c’è mancanza, ma una forma di verità che non passa da filtri.

Essere solista, per me, non significa essere sola.

Significa assumere la responsabilità di quello spazio. E imparare a non scappare quando diventa troppo evidente.

Ci sono giorni in cui quello spazio pesa. Altri in cui diventa sorprendentemente leggero. Altri ancora in cui non so bene come chiamarlo.

Ma forse non serve nemmeno definirlo sempre.

Forse basta riconoscerlo e far diventare ogni ostacolo che il buon senso e la responsabilità propongono, materia costruttiva e fermento.

E restare lì, per il tempo necessario a far nascere il pensiero che precede ogni suono.

Come il piccolo principe con la sua rosa.

Tu, con le tue note ed il tuo cuore.

Vi aspetto a Bologna e in Sala Verdi!